Uragano Vaia, cosa dicono i boschi un anno dopo

Grazie ad una iniziativa organizzata tra Trentino e Vicentino dal gruppo Insilva è l'occasione per fare il punto sui cambiamenti climatici e sugli ecosistemi forestali dopo la tempesta che nel 2018 scosse il Nordest

Un momento della giornata a Campogrosso (foto: Marco Milioni)

Una passeggiata fra i boschi tra Vicentino e Trentino per capire lo stato di salute della montagna ad un anno o poco meno dall'uragano Vaia è stato il senso dell'iniziativa («I boschi fragili raccontano i cambiamenti climatici») che ha avuto luogo ieri a Campogrosso di Recoaro. La giornata organizzata dal gruppo bassanese Insilva, dal Cai di Recoaro con la collaborazione di Legambiente Valle Agno e con la collaborazione del rifugio di Campogrosso, ha adottato una formula particolare, quella di far dialogare scienza, istituzioni ed arte per entrare in profondità rispetto ad un tema, quello della sofferenza delle aree boschive in relazione agli effetti dei cambiamenti climatici che il nubifragio dello scorso anno ha drammaticamente messo sul tavolo dell'agenda veneta e trentina, ma pure sull'agenda nazionale.

Ed è in questo contesto che ieri mattina alle 9.00 al rifugio di Campogrosso alla presenza di oltre duecento persone attrezzate con scarponi e bacchette da montagna, seguendo il sentiero anello che costeggia i boschi attorno al rifugio si sono alternati musicisti, attori, studiosi degli ecosistemi e uomini del Corpo forestale dello Stato, oggi in forza all'Arma dei Carabinieri, che hanno fatto il punto della situazione rispetto ai drammatici eventi del 2018 che stanno ancora facendo sentire i loro effetti lungo l'arco alpino sia nel Veneto sia nel Trentino ma anche in una porzione della regione friulana.

Il primo intervento è stato quello della scrittrice Paola Favero, che per molti anni ha servito il Corpo forestale come comandante del reparto di biodiversità dei boschi del Cansiglio. «Gli avvenimenti dello scorso anno ci fanno pensare ad un qualcosa di profondamente diverso che probabilmente mai si era verificato nel corso degli anni. Il che ci dovrebbe mettere in guardia dal rapportarci, per esempio per quanto riguarda la rimozione degli alberi abbattuti da Vaia solo con un approccio economicista» fa sapere la dottoressa che è coautrice di «C'era una volta il bosco», un saggio pensato per analizzare i problemi legati al cambiamento climatico, grazie al prisma delle specificità dell'ecosistema forestale. Poco dopo è stato il turno del tenente colonnello Riccardo Garbini comandante del reparto di biodiversità dei carabinieri forestali di Verona il quale si è invece lungamente soffermato sullo sforzo che in questo momento «il nostro reparto sta portando avanti per quanto riguarda la ripopolazione delle piante abbattute dalla tempesta Vaia». Fermo restando che dopo gli eventi dello scorso anno i boschi cambieranno inevitabilmente la propria fisionomia e costituiranno un habitat diverso e fermo restando che non è pensabile ricostituire sic et simpliciter una monocoltura boschiva basata sull'abete rosso, «come è accaduto durante l'ultimo secolo», rimarca Corbini, è chiaro che «i nostri sforzi sono concentrati, ache attraverso il vaglio delle sementi, sulla necessità che il ripopolamento sia appannaggio di specie il più possibile tipiche di quei luoghi» al fine di evitare per quanto possibile interferenze di natura biologica.

Marco Berdiani, entomologo e ricercatore presso il centro nazionale di Biodiversità di Bosco Fontana, nella omonima riserva statale in provincia di Mantova, ha invece rivolto la sua attenzione alla questione degli insetti. «La messe di alberi abbattuti dagli elementi - sottolinea l'esperto -  potrebbe dare la possibilità a qualche specie che abitualmente sfrutta il legno morto per riprodursi di attaccare anche quello vivo proprio in ragione dell'abbondanza improvvisa di tronchi. Per questo occorrerà essere molto vigili».

Anselmo Cagnati, già dirigente del servizio meteorologico di Arpav e grande esperto di precipitazioni nevose senza giri di parole ha spiegato che «l'abbattimento di così tanti alberi, principalmente abeti rossi», da parte dell'uragano Vaia, ha messo a repentaglio molti centri abitati «visto e consideato il rischio di valanga cui questi centri saranno esposti nel caso di abbondanti nevicate».  

Tommaso Anfodillo professore di ecologia forestale all'università di Padova ha invece parlato della differenza con cui le foreste si strutturano in natura e come invece si strutturano quelle in cui l'intervento dell'uomo è presente da secoli. Dagli studi comparati sui due modelli emerge che in natura lo sfruttamento dell'ecosistema è più bilanciato e di conseguenza ecosostenibile. «Queste conoscenze - spiega il docente - possono tornarci utilissime per elaborare una risposta congrua rispetto ai problemi di non poco conto che l'habitat boschivo del veneto e del Trentino dovrà affrontare negli anni a venire».

Su un terreno non molto dissimile si è cimentato il colonnello Alessandro Bottacci, responsabile dell'Ufficio nazionale per la biodiversità del Corpo forestale dello Stato, oggi Corpo dei carabinieri forestali. «La questione di fondo spiega l'ufficiale che tra l'altro insegna tecnica e strategia della conservazione naturale all'Università di Camerino - è uno. Ovvero è la foresta o se si vuole il bosco che serve all'uomo, non il contrario perché le foreste se le si lascia in pace crescono per conto loro. Bisogna capire una volta per tutte che la dimensione temporale del bosco è una dimensione lenta e che soprattutto a differenza di ciò che accade nell'uomo un bosco antico è un bosco forte mentre un bosco in cui, per mera speculazione economica, si procede con tagli sistematici e continui non, è un habitat più indifeso e più aggredibile da interferenze climatiche o meteorologiche avverse». Di lì a poco ha parlato anche Davide Simeoni, comandante della stazione dei Carabinieri forestali di Recoaro-Valdagno. «I dati e gli studi raccolti dagli scienziati - fa sapere quest'ultimo - ci parlano chiaramente di un forte legame tra il cambiamento climatico e le attività dell'uomo che ne sono alla base. Per questo motivo servono risposte concrete non solo parte di chi è deputato a decidere a livello legislativo nonché a livello della comunità internazionale, ma servono risposte concrete anche da parte dei singoli delle piccole comunità a partire dai gesti quotidiani e dagli atteggiamenti assunti da ciascuno di noi».

E se l'iniziativa è stata all'insegna del connubio tra arte e scienza, anche gli artisti hanno fatto sentire la propria voce nell'ambito di una collaborazione che ha assunto la forma di una vera e propria simbiosi di intenti. Il violoncellista Massimo Varusio ed il falutista Andrea Filippi Fermar hanno fatto suonato i loro strumenti di legno, alcuni auto-costruiti, per dare risonanza al concetto di una natura che grazie alle essenze del bosco, che poi sono quelle che si ritrovano nello strumento musicale, vibra in un unicum con l'ambiente e con l'ascoltatore.

Gli attori Sara Tamburello e Nelson Salton (questo si è cimentato anche al contrabbasso per vero) ricorrendo all'immaginario di Dino Buzzati (Il segreto del Bosco vecchio) e alla lirica problematica di Giacomo Leopardi (Dialogo di un folletto e di uno gnomo) hanno affrontato il tema dello squilibrio tra natura e uomo e alla tendenza di quest'ultimo di considerarsi interprete unico della natura, mettendo così a confronto due aspetti, l'antropocentrismo e la tendenza alla dismisura da parte dell'uomo stesso, i quali sia in epoca contemporanea siaal tempo degli antichi greci hanno animato il dibattito filosofico.

Su un versante diverso si è invece espresso Damiano Fina che ha portato in scena la danza butoh, «la danza giapponese delle tenebre» dando corpo con i suoi gesti lenti ad una serie di concetti precisi. «Quelli per cui anche la marcescenza, pur nella sua bruttezza costistuisce un momento inevitabile del ciclo vitale». Le parole di Fina chiaramente ricalcano in pieno lo spirito della danza butoh che nasce nel Giappone del boom economico ma manche nel Giappone postatomico degli anni Sessanta. Si trattava di un movimento che contestava in qualche modo, facendo riferimento afli aspetti più ancestrali della sua spiritualità, la deriva economicista e consumistica post Seconda guerra mondiale che il Paese del Sol levante stava via via declinando. Si tratta di un percorso che, anche se per strade diverse, sempre in Giappone è stato battuto dal drammaturgo Yukio Mishima e dal regista Hayao Miyazaki, mentre in Italia tematiche non troppo dissimili sono state affrontate, tra gli altri, dagli scrittori Pier Paolo Pasolini e Massimo Fini.  

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