Il lungo fiume di veleno: Titti, la prima vittima di overdose

Triste primato sotto lo sguardo della Madonna di Monte Berico: a uccidere Fiorella Nicolato, appena 18 enne, non fu l'eroina o altre sostanze stupefacenti, ma un cardiotonico

Sono le 18.45 di un giorno di febbraio del 1973 quando un medico dell’ospedale San Bortolo di Vicenza dichiara la morte di una ragazza di diciotto anni, Fiorella Nicolato. Titti per gli amici. Quel giorno l’Italia conosce il primo decesso per droga. Il peggior primato che la provincia sia riuscita a strappare alle metropoli. Non è eroina, morfina o LSD lo stupefacente che ha ucciso Fiorella. È un cardiotonico intramuscolare: lo Strofesendan, usato dalla madre di uno dei suoi amici. 

La "cultura del buco"

A Vicenza, come nel resto del Paese, tra il 1965 e il 1973 le droghe usata sotto la fascia dei 25 anni sono anfetamine, barbiturici o ipnotici. Una moda nata in Francia nei primissimi anni ’60  che  coinvolse decine di migliaia di giovani in quella che fu definita la “generazione yé yé”. Droghe facili da reperire in farmacia, medicinali che venivano usati per lo “sballo” tramite pastiglie. Tranquillanti usati dalle madri che i figli ingurgitavano per “spiccare il volo” da quel mondo che volevano cambiare o semplicemente vivere in modo diverso.

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A scorrere a fiumi fu però un sonnifero, il Revonal. E fu subito un boom in Italia. Un successo che fece crollare i prezzi dell’anfetamina creando soluzioni alternative all’uso orale. Si passò al “buco” e a quella che venne chiamata “cultura del buco”, la siringa. Un metodo che garantiva la “botta” più forte e veloce. Un metodo che nella sola Roma contò 560 ricoveri per tossicodipendenza mentre, a Milano, si passò dai dieci del 1970 ai 140 del 1972, tutti in ospedale psichiatrico. 

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