Il Sigillo - 10: La villa dei misteri

Hermes ha parlato chiaro: dietro la scia di sangue che attraversa le strade che scendono da Monte Berico ed arrivano fino alle viscere della città c'è un uomo solo. E Ruiz ormai ha poco tempo per arrivare in fondo a quella che è ben più di un'inchiesta di nera

IL SIGILLO: I CAPITOLI PRECEDENTI

L’uomo ha un’espressione di disgusto mentre osserva una gondola piena di turisti giapponesi che fotografano il ponte di Rialto con ogni teleobiettivo possibile.

Arriccia il naso e richiude il pesante tendaggio con rabbia contenuta. Il nuovo mondo che avanza non gli piace. Sembra togliere un po’ del suo potere iniziato con l’alba della Repubblica e questo lo disturba. Ha i suoi guanti in pelle che ormai non distingue più dalle mani vive. Sono una cosa sola. Quelle mani, che hanno parlato molte volte con sentenze che sono state condanne, ora quelle stesse tremano un po’, ma non la sua voce.

Ho notizie tutti i giorni da Vicenza. Non abbiamo ancora chiuso questa pratica?

No professore. Stiamo procedendo con cautela, ma siamo a buon punto

E quel tale Ruiz come si comporta?

Come abbiamo preventivato. Era l’unico che poteva entrare in questo “gioco”.

Non mi sorprende che sia arrivato dove volevamo Bene. Faccia arrivare a dama questo giornalista. Abbiamo perso anche troppo tempo su questa storia. Mi raccomando, si assicuri che tutto avvenga casualmente. E chi deve tacere, taccia per sempre

Le sue parole arrivano come un sibilo in quell’enorme stanza affrescata e arredata con pochi mobili antichi. L’uomo che ascolta è illuminato da una lama di luce che entra da uno dei finestroni a guglia. Le sue mani sono sudate mentre ascolta quelle parole.

Ha paura, si. Ha paura di dire una frase sbagliata, qualcosa che lo condanni a morte da un tribunale senza toga. Sa bene che gli errori non vengono tollerati nel Sigillo, vengono puniti direttamente col massimo della pena. Ha paura di quell’uomo con gli occhi che sono due fessure imperscrutabili, con pupille che sembrano due perle nere.

Ora vada, devo pensare. Senta anche che aria tira nel crimine organizzato. Devono stare calmi. Apra due o tre canali di rifornimento per la cocaina così saranno impegnati a venderla come sorci. Serve creare confusione tra le istituzioni adesso. Non devono più sapere di chi fidarsi.

Sarà fatto professore, spero solo che non ci siano troppi problemi con le forze dell’ordine. Sono ovunque ormai, nel Vicentino

Non si preoccupi per quello. È affare mio. Lei lasci che gli eventi seguano un corso normale

Nel finire la frase, il professore, mette la puntina del giradischi su un vinile. Le note di Beethoven inondano la stanza semibuia di un terrore fine. Inquietante, quasi demoniaco. La sua nona sinfonia entra nella pelle, nella testa di chi ascolta. Mentre l’uomo esce si gira per salutare ma il professore non c’è più.

Un brivido gli corre lungo la schiena e quasi senza volerlo si fa un segno della croce. Come se volesse esorcizzare il momento. Come se l’odore di zolfo si fosse impossessato delle sue narici. Chiude la porta e se ne va di corsa. Meglio non pensarci ancora, meglio lasciare subito quel palazzo. Tanto bello quanto inquietante nella sua austera imponenza.

“Troppi chiodi di garofano in questo cazzo di vin brulè. Te l’ho sempre detto caro il mio cinese: lascia fare ai veneti certe cose. Io non faccio involtini primavera e te non fare vin brulè. Fallo fare alla tua barista”

“Beh nemmeno io faccio gli involtini primavera, Ruiz. Io li compro congelati per voi occidentali. Io sono cinese e non li mangio”

“Ma va in mona, cinese. Adesso lasciami in pace mentre bevo sto intruglio”

Il cinese non fa una piega. Rimane seduto con il suo viso rotondo e i suoi occhi piccoli e semichiusi. Fa solo un mezzo sorriso con le labbra che lo rende simile a un gatto dei cartoni animati. Ruiz preme “start” e con le cuffie alle orecchie inizia a risentire il colloquio della sera prima a Monte Berico. Sulla Moleskine segna alcune frasi:

“Le dico solo che se seguirà Brizzi andrà a “dama”. Si concentri su di lui e sui suoi uomini”, “Si concentri su Brizzi. E ascolti bene: un cavallo ha mai girato la testa per guardare indietro?”.

“Cosa avrà voluto dire Hermes?” bisbiglia Ruiz girando tra le mani il bicchiere di vin brulè “Che devo fare? Dirlo a Lunardon? Mi prenderebbe per pazzo e mi ficcherebbe in galera solo per aver dubitato del suo capo. Brizzi abita in Via Torino se non sbaglio…al grattacielo Everest...Devo iniziare da lì”.

Nemmeno il tempo di riflettere sul da farsi e Ruiz è già in strada. Pedala forte, è quasi l’imbrunire e la temperatura cala velocemente in questi giorni. Riscaldarsi pedalando forte è forse l’unico modo per non pensare troppo all’aria gelata che ti sbatte in faccia.

Il Grattacielo Everest è a misura di provincia. Dodici piani che, negli anni ’50, erano avanguardia. Simbolo di una ricerca per andare oltre l’immaginazione, dopo gli anni della guerra. Dodici piani che negli anni ‘70/80 sono finiti nelle riviste patinate, per lo skyline che si vedeva dalle finestre più in alto. Residenze abitate da facoltosi personaggi che avevano arredato gli appartamenti con stili moderni e costosi. Ora è solo un grande condominio, dove anche un capo della Squadra Mobile può abitarci senza grandi sforzi. Anche all’ultimo piano. A due passi dal cielo.

Ruiz si affaccia nel cortiletto dell’entrata e vede un negoziante di dolciumi all’ingrosso, di quelli di una volta. Dove il profumo che esce dalla sua porta è il migliore spot pubblicitario pensabile. Un signore dai capelli bianchi e con una pancia prominente che sta scaricando degli scatoloni nel suo piccolo magazzino ai piedi del grattacielo.

“Mi scusi, conosce chi abita in questo palazzo?” “

Che domande ragazzo, io vendo dolci. Non faccio il portiere”

“Beh qui abita il capo della Squadra Mobile, lo avrà visto e riconosciuto. È spesso sui giornali”

“Beh Brizzi si. È anche un mio vicino”

“Ah lei abita qui?”

“No…io sto ad Arcugnano”

“Quindi Brizzi ha una seconda casa?”

“Ah beh non penso sia un mistero. Abita qui ma anche in collina, nel fine settimana. È una persona molto riservata e ha una villa molto bella, sembra antica. Ma è un poliziotto anche lei?”

“No no, io sono solo un curioso. Sto studiando l’architettura di questo grattacielo e speravo di vederlo all’interno. Mi chiamo Mario Bedin”

“Bravo Mario. Si vede che lei è uno sveglio. Prenda questo pandoro, mi è simpatico. Poi è Natale, se non siamo buoni in questi giorni…”

“Grazie mille signor…” “Gianni Tessaro, per servirla se le occorressero dolci, caramelle o cioccolatini”

“La penserò alla vigilia di Natale, quando lo aprirò”

“Ecco…bravo. Buona serata e buone feste”

“Arrivederci signor Gianni”

Troppo tardi per farsi chilometri in collina. E Ruiz non ha così tanta “gamba”. Prende la sua bicicletta e mentre sta per salire in sella arrivano due fari a tutta velocità. Non serve neanche che si ponga il quesito di chi è alla guida dell’Audi che lo sfiora: è Brizzi, l’arroganza nel DNA e quel fare da “padrone della strada” che lo si nota sin dal suo modo di camminare. Ruiz lo vede parcheggiare, scendere ed entrare nel condominio.

“Non posso perdere tempo, se Brizzi rimane qui io posso andare a curiosare ad Arcugnano. Come ha detto Hermes, solo seguendo le sue tracce posso riuscire ad avere le prove che dietro agli omicidi c’è lui. Ma come cazzo ci arrivo in collina? Debora, lei è quella che non mi dirà di no…forse” - non ha alternative il reporter, di lei si può fidare – “E poi se lo chiedo con gli occhi dolci non può dirmi di no, forse. Ha anche un carattere di quelli fumantini però…proviamo”.

Dopo venti minuti, Debora accosta a piazza Matteotti per far salire Ruiz. Ha una Y-10 grigio antracite e l’espressione di chi è preoccupata dalla situazione.

“Ruiz, io ti porto dove devi andare ma sappi che mi dileguo dopo cinque minuti. Non so perché devi andare ad Arcugnano, ma se mi chiami a quest’ora non è mai per una cena al lume di candela”

“Non ti preoccupare, ci metterò anche meno e poi ti porto in pizzeria”

“Taccagno…Spero tu sappia almeno dove dobbiamo andare”

“Si, circa…Troviamo la casa di tale Gianni Tessaro e poi di conseguenza troviamo quella di Brizzi”

A quel nome Debora frena di colpo e guarda Ruiz con un’espressione di rabbia e stupore

Ruiz, tu vuoi finire a San PioX? No perché se lo vuoi ti accompagno direttamente ma io non voglio essere messa in mezzo. Tu vorresti fare cosa, a casa del capo della Squadra Mobile?

Dai non posso spiegarti tutto. È un discorso complicato. Comunque lui non è quello che tutti pensano. Potrebbe esserci Brizzi dietro i tre omicidi. Te accompagnami. Non devi fare altro.

Lei lo fissa per alcuni istanti e poi inserisce la prima. Ha deciso di credergli.

Alessandro, se credi in Dio, prega. Che se qualcosa non va come deve andare e finiamo nei guai…devi sperare che ti diano l’ergastolo. Perché mi tocca ammazzarti con le mie mani.

Ruiz non ascolta. Ha lo sguardo perso nel paesaggio notturno che scorre. “Chissà chi è Hermes…chissà perché sto seguendo questo gioco, questo copione scritto da altri. Maledetta curiosità. È un tallone d’Achille che mi porterà dritto al camposanto uno di questi giorni, speriamo non stasera” Dietro di loro, a circa cinquanta metri, una macchina scura li segue con discrezione

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