Il Sigillo - 7 - Il bacio del serpente

In una città che si ammanta di atmosfera natalizta, Ruiz comincia ad avere paura: più tasselli si aggiungono, più l'engima si fa spaventoso e... pericoloso

IL SIGILLO 

Il “Duca” non è un uomo di molte parole e la sua appartenenza alla mala lo precede. Con un cenno della testa fa alzare i giocatori seduti in un tavolo pieno di pronostici e di pagine di Trotto Sportsman, la bibbia dei “cavallari”. Nessuno protesta o fiata.

Vieni qui Ruiz, che parliamo più liberamente. Tagliamo corto. Da qualche tempo a Vicenza i conti non tornano. I nostri “cavalli” lavorano meno perché la piazza è piena di eroina della stessa qualità ma ad un prezzo inferiore. C’è qualcuno che si è inserito e non è nessuno di conosciuto. Adesso, questi morti ammazzati non fanno altro che aumentare i controlli ovunque. E i “cavalli” rimangono fermi, non vendono quasi più un grammo.

Pensi che gli omicidi siano riferiti a questo? Lo sai che “il ragioniere” lavorava per gente nuova? Me lo ha detto Corsello. Parlava anche di due teste di serpente…Mai sentito niente a riguardo?

Il Duca prende una penna e inizia a disegnare uno schizzo sul retro di un programma ippico mostrandolo a Ruiz

Tipo questo?

Non te lo saprei dire Duca…

Erano due serpenti che si congiungevano componendo una sorta di cuore, con le due teste che guardavano in senso opposto.

Caro Ruiz…questo è un simbolo che devi lasciare stare. Non è alla nostra portata, neanche del mio “titolare”. Non infilarti nei casini. Dimentica questa storia e se vuoi scrivere senza dover guardarti le spalle ogni secondo…cambia lavoro

Ma chi sono? Dai Duca…non puoi dirmi le cose a metà. Potrebbero essere loro i vostri problemi

È gente che non conosciamo ma sappiamo che bisogna starci alla larga…È un’organizzazione con gente inserita ovunque. Se son loro il nostro problema…allora non è un problema. Non scriverlo e non parlarne con nessuno…è un consiglio d’amico. Il mio capo lo chiama “il Sigillo”

Ruiz non parla. Guarda per terra e sposta con le scarpe il tappeto di biglietti colorati scritti a mano. Ogni colore ha un valore: il giallo 2000 lire, l’azzurro 20.000 lire, il marrone 50.000 lire.

“Quanta vita dietro a quei biglietti- pensa Ruiz mentre guarda la piccola folla davanti ai telex- quante illusioni colorate gettate a terra. Frutto di ore di lavoro, chini sui banchi pieni di polvere d’oro, passate a fresare senza sosta. Per cosa? Per un cavallo che non ce l’ha fatta, per una distanza minima, perché il guidatore si è venduto la corsa. Quanta vita scorre inseguendo un sogno”.

Stringe la mano al Duca, si alza e si dirige verso la cassa guardando Debora.

Passi stasera?

Oh…il reporter si è svegliato finalmente. Si è accorto che mi sta trascurando…

Dai, non fare l’assurda…lo sai cosa sto facendo. Ti aspetto alle 20.30 da me…cucino io

Solo perché cucini tu caro Ruiz, solo per quello...

Lui ha gli occhi stanchi. Si dirige verso l’uscita e si dilegua in una città già buia e fredda. Gli piace il periodo che precede il Natale: le luci, le vetrine che sembrano parlare e dirti “compra” “regala”, le compagnie di ragazzi che si trovano nelle loro piazzette, nei loro bar. Così distanti dalla realtà che li circonda, presi dalle loro mode, dalle loro cotte a scuola, dall’esuberanza da teenager.

Ci sono i “metallari” del monumento in Piazza Castello con i loro “chiodi”, le toppe degli Iron Maiden e le All Star alte, anche con la neve. I “paninari” del “Pozzetto” dietro al Comune con le Timberland, il Monclear e loro Tuareg 125, gli skinhead di Piazza San Lorenzo con i loro anfibi inglesi e il bomber nero o verde. Un mondo di tribù così lontano dai pensieri di Ruiz che non sembra neanche vero.

Gli piace il profumo del Natale, della cioccolata calda che fuoriesce dai bar quando si apre la porta, delle bancherelle che vendono dolci e torrone, delle donne che passano avvolte nelle loro pellicce. Sempre meno naturali e sempre più sintetiche. E poi il suono degli zampognari e quello dei commercialisti, dei ragionieri, degli avvocati, dei notai che nei loro loden camminano veloci sui sampietrini per tornare di corsa in ufficio, creando con le loro scarpe di cuoio una sinfonia isterica e inquietante. Tutto questo lo fa sentire a casa, protetto nelle consuetudini, nei riti di ogni maledetto dicembre.

Anche se così non è. E lo percepisce. Lo intuisce dal ronzio alle orecchie che prova ogni volta che qualcosa stride, dal suo sesto senso che lo porta a girare la testa ogni dieci passi. Passi contati, cercando di fissare nella mente ogni persona sospetta, ogni particolare che gli sembra anomalo.

Le parole del Duca l’avevano reso vulnerabile. Chi e cosa stava cercando? Un nemico invincibile? Qualcuno da lasciare dormire sonni tranquilli o un mostro da stuzzicare per vedere la faccia che ha? Ruiz entra in un bar, ordina un caffè e va alla toilette ma appena varca la porta il sangue gli si gela e il suo viso tradisce ogni suo pensiero

Salve Ruiz, la vedo stanco

L’uomo che si stava apprestando a lavarsi le mani era il dottor Brizzi, il capo della Mobile. Il tassello del puzzle fuori posto. Il dirigente si leva il cronografo, si spruzza del sapone sulle mani e le mette sotto il getto d’acqua.

Avanti, non sono un fantasma. Anche lei qui? Sta facendo un giro per i regali?

Dottor Brizzi, mi aspettavo tutti ma non lei, qui dentro. Nessun regalo, giro per il centro e basta

Non è andato dal Duca e dalla sua ultima fiamma? Come si chiama? Debora no? Bella scelta…

Ruiz lo guarda quasi senza parole. Posa lo sguardo sulle sue mani mentre si sfregano tra la schiuma del sapone e nota il polsino della camicia che si alza. All’interno del polso un tatuaggio che gli sembra familiare. È piccolo ma fatto da un tatuatore professionista, è quasi un marchio

Non si stupisca. Sappia che la controlliamo da vicino. Lei è in pericolo e, anche se personalmente non mi è simpatico, devo sapere sempre come e dove si muove.

Non ho chiesto niente dottore. Mi arrangio da solo e poi io sono un semplice giornalista. Mi piace scrivere di cose che non siano i vostri comunicati che rimangono solo un tiepido brodino per sopravvivere. Mi piace la verità

Mmm…non so se crederci…comunque in campana e la smetta di frequentare posti discutibili. Pensi ai suoi cari, ai cenoni, pensi all’anno nuovo…

Pensi a non dimenticare sul lavandino il suo cronografo, piuttosto, e non mi dia consigli non richiesti

In effetti, questo gioiello svizzero, costa quanto il suo stipendio di un paio d’anni

Non pensavo guadagnasse così tanto…

Non si faccia troppe domande Ruiz. Impari a rispondere a tono invece

Bello il suo tatuaggio al polso. Cosa rappresenta?

Sono due serpenti…Si ma è vecchio, un ricordo di gioventù. Niente di che. La saluto, buona serata…

Rizzi cerca l’uscita velocemente e sposta Ruiz quasi facendolo cadere. Ma il reporter lo segue lungo il corridoio del bar e prima che esca gli rivolge una domanda che lo fa fermare di scatto

Dottore, ha mai sentito parlare del Sigillo?

L’imperturbabile poliziotto si gira e la sua faccia è una maschera di marmo. Non muove un muscolo. Guarda Ruiz quasi trapassandolo con lo sguardo, come fosse una spada. Il colletto della camicia quasi si deforma dall’ingrossarsi delle vene del collo. Passano quattro o cinque secondi, eterni, prima che il viso riprenda una fisionomia umana.

Lei parla di leggende Ruiz. Di leggende popolari, di chiacchiere da bar, probabilmente. Sia serio e non si faccia ridere dietro dai suoi colleghi. Questo “Sigillo” l’ha inventato la mafia per depistare alcune indagini, casomai. Non esiste. È come la Falange armata. Non esiste

Mi sbaglierò, ma lei dottor Brizzi ha paura. Una fottuta paura

Si vive solo una volta, si ricordi. Solo una. Non la sprechi dietro a queste fandonie. Non cammini su sentieri scivolosi. Si rischia di farsi male

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