Il sigillo - 2 - Stimmate calibro 22

Il risveglio di Ruiz, la mafia, le stimmate: i gustosi ingredienti per il secondo capitolo di questo racconto noir a puntate. L'intrigo e il mistero ogni mercoledi e venerdi

Odio il telefono. Lo odio sentire squillare alle nove del mattino quando mi sono infilato a letto da tre ore. Quando da quella scatola bianca sai benissimo che non ci sarà nessuno che ti dica che hai vinto la lotteria o che hai ereditato una fortuna. Lo guardi, così inanimato e così pieno di cattive notizie, che ti verrebbe voglia di romperlo. Ma visto che squilla da alcuni minuti, è meglio sapere chi cazzo mi cerca. 

- “Ruiz, sveglia. Sono Carletti da Milano. Hai un duplice omicidio in casa e stai dormendo?”

- “Eh, ho finito tardi stamattina. Una partita a chemin de fer che non finiva più.” 

- “Vai dal tuo tabaccaio e prendi il fax che ti ho mandato. C’è tutto quello che siamo riusciti a sapere fino a dieci minuti fa. Lavati, vestiti e corri in Questura. Aspetto l’articolo per stasera.” 

Non rispondo. Chiudo la conversazione e mi alzo. 

Odio il telefono. E odio qualsiasi ora del mattino, soprattutto quando devo vedere altra gente e parlare. Quando il gusto della notte non è ancora evaporato dalla pelle. Quando le borse sotto gli occhi parlano di ore dentro a una coltre di fumo, bestemmie e fiches che vanno e vengono davanti a te. Non sono un giocatore di carte, io accompagno i giocatori. A Venezia, nella città del casinò più antico al mondo: Cà Vendramin Calergi, un tempio dell’azzardo. Una trappola dove si entra con sogni di ricchezza e vittoria e si esce, la maggior parte delle volte, con le mani nelle tasche e la testa bassa, in silenzio. Con la certezza dell’unica banconota rimasta della serata, quella per il parcheggio e l’autostrada. Quella nascosta in macchina per non avere la tentazione dell’ultima giocata. Che vita infame per aggiungere qualche lira al mio stipendio da inviato. Parto al fianco di uomini e torno con gli stessi sotto forma di cocci. Uomini a pezzi che devo ricomporre per farli tornare dalle loro mogli senza che facciano capire quanti milioni han perso su quei tavoli verdi. Ma l’unico tavolo a cui devo pensare adesso è quello dell’obitorio e a quell’odore che ogni volta non riesco a togliermi dalla testa per almeno due giorni. 

È quasi mezzogiorno quando l’Ispettore Capo Lunardon entra nell’ufficio del magistrato. In mano tiene una cartellina gialla con l’informativa che tutti stavano aspettando.

- “Allora Lunardon mi dica tutto, spero abbia buone notizie ticchettando nervosamente la penna sul tavolo in mogano”

- “Parzialmente dottore, solo parzialmente. Siamo riusciti a scoprire solo le generalità di una delle due vittime. Si chiama Mario Spigolon detto “picinin”. Un padovano di quarant’anni, pregiudicato per spaccio di droga. Nessuna affiliazione con nessuno, neanche con quelli del Brenta.” 

- “E l’altro? Avete capito cosa è successo? E l’arma? “

- “L’unica cosa che possiamo dire è che era sicuramente una persona benestante e curata. Abiti e orologio non lasciano dubbi. Anche le mani raccontano che non faceva lavori pesanti. Forse era un colletto bianco. Probabilmente li hanno ammazzati sul posto del ritrovamento, visto che non ci sono tracce di trascinamento. Per quanto riguarda l’arma. Beh….dovrebbero essere due dottore.  Non abbiamo ancora trovato i bossoli ma non sarebbe da escludere che abbiamo usato una 22 compatibile con i fori d' entrata, probabilmente munita di silenziatore, per attutire i colpi, vista la vicinanza dell'albergo e delle abitazioni.

- E quelle stimmate? 

- Le ferite alle mani sono antecedenti di qualche ora al decesso. Potrebbero esse state prodotte con una calibro nove. I fori d'entrata ed uscita sono molto netti, quasi si fosse usata una cartuccia camiciata, come quelle in uso alle armi d'ordinanza. Una cartuccia 9 parabellum. Potrebbe, per assurdo, essere anche una pistola d’ordinanza delle nostre. “

- “Come delle vostre Lunardon? Non dica sciocchezze, di calibro nove ne girano tantissime. Soprattutto in questo periodo con la guerra nei Balcani.”

- “Sicuramente dottore. La mia era stata solo un’osservazione.  In ogni caso domani faranno l’autopsia e forse scopriremo qualcosa in più. Ho una sensazione dottore…”

- “Mi dica”

- “Che non sia esattamente mafia. Ma è solo una sensazione. Quei colpi alla mano destra sembrano più una firma che altro. A Palermo ne ho visti molti di morti ammazzati e mai con questa particolarità”

- “Lunardon, lei non è pagato per avere sensazioni. Lei è pagato per dare certezze, le analisi le faccio io e i magistrati dell’antimafia di Venezia e noi analizziamo il caso. Vada, vada.” 

Lunardon scuote la testa e non fa neanche in tempo a varcare la soglia dell’ufficio che sente Priante dire con voce compiaciuta: “Carissimo direttore, le dò il titolo d’apertura del Tg. È mafia”. 

“Cojon” sussurra l’Ispettore Capo chiudendo la porta dietro di sé.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

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