Il Sigillo - 8 - Un minuto a mezzanotte

Una lettera da uno sconosciuto e un appuntamento misterioso per Ruiz in una via di Vicenza segnata da un fatto di sangue indelebile. Non può essere un caso...

IL SIGILLO 

Ha gli occhi fissi sul soffitto Ruiz. Il silenzio sembra irreale mentre le luci dell’alba entrano dalle veneziane. Vicenza si sveglia senza strepiti, senza clacson o sgommate. È una città operosa ma lenta, senza fretta. Perché il modo di vivere dei suoi abitanti è così: lineare come una nenia, senza strappi. 

Buongiorno Ale, sei già sveglio?

Debora tiene gli occhi chiusi e si sistema il cuscino sotto la testa. Sta bene in quel letto, con la testiera piena di libri e fascicoli di tribunale. Le sembra di essere in uno di quei film dove le case hanno un disordine ordinato e affascinante. E poi c’è lui vicino a lei, Alessandro Ruiz. Con quel suo fare che sembra sempre nel posto sbagliato, che risulta sempre una mosca bianca. È innamorata, forse come non mai. Ma lui è un “arnese” da prendere con le pinze. Anche se si è appena svegliato.

Debora, non riesco ancora a dormire con gli occhi aperti

Ok, ho capito. Faccio il caffè che è meglio. Ci siamo svegliati bene stamattina eh

Lui non risponde, sa bene che la sua ironia del mattino è letale per i rapporti personali. La guarda mentre si alza nuda dal letto e si infila una delle sue camicie. La segue con lo sguardo e ascolta i suoi piedi nudi mentre, calpestando il legno del parquet, se ne vanno in cucina. Chiude gli occhi e pensa che forse lei meriterebbe altro. Meriterebbe di svegliarsi in una casa diversa, con qualcuno che la faccia sentire importante e che non la releghi a ruolo di comparsa.  

Ruiz, qualcuno ti ha infilato una busta sotto la porta. Alza il culo e vieni a prendertela che il caffè è pronto e non te lo porto a letto

Debora sa bene come far capire la sua irritazione ma per Ruiz questo è secondario ora. Si lancia fuori dal letto come se ci fosse stato un serpente sotto le lenzuola e corre verso la porta d’entrata. Non è il padrone di casa e neanche qualche avviso di querela. È una busta gialla senza nessuna scritta. Non la apre subito, la guarda in controluce. La fobia dell’antrace sarebbe arrivata anni dopo ma è meglio cercare di capire cosa ci sia dentro. 

“Viale Enrico Cialdini, un minuto prima di mezzanotte. Venga da solo. Le parlerò del Sigillo. Un amico”

Che c’è Ruiz? Ti vogliono sfrattare? Qualche amante? Dille che non c’è problema eh, ti lascio volentieri a lei. 

Ruiz la guarda con un mezzo sorriso e se ne torna in camera dopo aver preso la tazza di caffè. Non ha tempo di ribattere, tutti i campanelli del suo cervello hanno iniziato a suonare all’unisono. È sceso il gelo nelle sue vene e non sa il perché. O per meglio dire sono troppi i perché che si sovrappongono nella sua mente. Mentre si veste sente Debora che gli parla, ma non riesce a sentirla. È il nome di quel viale che “gli batte in testa”, che occupa ogni suo senso: Viale Enrico Cialdini. Ma perché?

Ruiz!! Svegliati! 

La frase non finisce perché il rumore dello schiaffo è più forte della sua voce

Se te ne vai lasciandomi qui senza neanche darmi un bacio, ti ammazzo

Debora gli prende la testa e lo bacia forte sulle labbra e lui sembra svegliarsi da una forma di trance 

Non voglio sapere cosa c’è scritto dentro quella busta. Non voglio mettermi nei tuoi casini da disadattato del mistero. Ma stai attento, che io non voglio rimanere dietro al bancone dell’agenzia ippica ad aspettare qualcuno che non entrerà più da quella porta. 

Tranquilla Deb, solo lavoro. Niente di grave. Lasciami andare adesso e se incontri Brizzi, il capo della Mobile, non dirgli niente di me.

Non ti preoccupare, lo vedi dalle foto sul giornale che è uno stronzo da evitare

Ruiz corre veloce con la sua bicicletta. Ha bisogno di un posto tranquillo dove usare un telefono senza la paura di essere intercettato. Prende una scheda telefonica da diecimila lire e si infila in un bar di San Lazzaro, un quartiere dove il multiculturalismo ha già messo piede con il primo kebabbaro e il primo bar gestito da un simpatico cinese. 

Yang Li, buongiorno. Fammi un caffè e dammi un “Tuttocittà” per favore 

Yang Li è un cinese anomalo. Con i suoi baffetti da pesce gatto, ti guarda sempre come se si domandasse se quello che hai detto è una cazzata. Ha dei movimenti lenti, da messicano quando lo disturbi durante una siesta. Ma è fidato e furbo. E dove non arriva lui ci pensa la sua barista Laura, una biondina che sembra uscita da un cartone animato.

Ruiz scorre le pagine del “Tuttocittà” velocemente. Viale Enrico Cialdini è a Monte Berico. Una via dietro al seminario dei frati. Lo conosce bene quel posto Ruiz. Ha fatto le scuole medie dai Servi di Maria, quando sua madre lavorava e non aveva nessuno a cui lasciarlo.

“Perché mi è famigliare il nome di quel viale?” pensa tra sé e sé mentre compone il numero della redazione di Milano. “La suoneria d’attesa sembra interminabile cazzo. Poi sempre con la musica di “Per Elisa”. Chissà quanti soldi prenderanno gli eredi del grande Ludwig Van Beethoven”. È in quel momento che il viso di Ruiz si illumina. Mette giù la cornetta e inizia a perdersi con lo sguardo nel vuoto mentre cerca nella memoria. “Il duplice omicidio dei due frati a colpi di martello per mano di Ludwig. Ecco cosa è successo in Viale Enrico Cialdini. Che povero scemo che sono. Furono arrestati Abel e Furlan, due ragazzini. Ma c’era sicuramente anche qualcun altro quella sera. E adesso perché proprio lì per parlarmi del Sigillo? E a quell’ora? Perché un minuto prima della mezzanotte? Sarà una trappola o veramente qualcuno vuole raccontarmi qualcosa? Qui la gente muore cazzo. Fermati Ruiz, fermati e pensa. Questo gioco vale la candela? Già una volta sono stato fortunato, forse ha ragione il “Duca”, forse è meglio lasciar perdere”

Ruiz richiama la sua redazione per lasciare in segreteria tutte le novità che sono emerse nelle ultime ore. Al bip finale, col volto paonazzo, tira il fiato come se avesse raccontato la Divina Commedia in una manciata di minuti. Guarda l’orologio e vede che mancano dodici ore all’incontro. È indeciso.” Avvertire qualcuno o no?”  – pensa ad alta voce il reporter – “Andare o non andare? Di chi fidarsi? Di Brizzi no, di Lunardon forse. Sento i carabinieri? Ma se il Sigillo è dentro a tutto, lo sarà dai carabinieri ai vigili. Che fare allora quando mancherà un minuto a mezzanotte?”  

Il vaso vale per ciò che può contenere. Te quanto vali Ruiz? 

Cosa vuoi dire Yang Li?

Niente, solo quello che ho detto

Ruiz guarda fuori dalla vetrata e vede che sta scendendo qualche fiocco di neve. Paga, alza il bavero del giubbetto ed esce guardando il cinese con un fare dubbioso. 

Grazie cinese. Ci vediamo. Speriamo che il mio vaso non contenga serpenti

Ruiz arriva ancora con la luce a Monte Berico. Vuole fare un sopralluogo e non vuole correre troppi rischi. Il biglietto non conteneva a che altezza del viale. Ma è convinto che sarà lì. Non può essere in nessun altro punto, quella è ormai conosciuta come “viale Ludwig” dai vicentini. È una piccola strada coperta di sampietrini e contornata di alberi di varia grandezza. Semideserta di giorno, deserta quando cala il sole.

Sulla parete di un muro di recinzione la targa a memoria di quell’orrore, con le due foto e i due nomi dei frati che sono caduti sotto la ferocia della follia di due giovani universitari. Manca ancora qualche ora all’appuntamento. Il reporter ha deciso di riempire il vaso di cui parlava Yang Li con il coraggio e la curiosità. Le uniche cose che non gli mancano. Ora bisogna attendere e basta. Con pazienza, un walkman con una cassetta dei Depeche Mode e un pacchetto di Marlboro morbide. La neve non cade più. Rimane il gelo che si fa largo tra le ossa. 

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