Il tradimento - Il countdown verso la morte di Ortes

Dopo l'incredibile fuga di Maniero dal Due Palazzi di Padova, sono brevi le indagini che portano al pizzaiolo di Camposampiero. Lo strano "fermo" e l'inizio di una collaborazione letale

14 giugno 1994. All’ombra del Santo, dal supercarcere Due Palazzi di Padova, sei uomini ad altissimo tasso criminale sono fuggiti senza colpo ferire. Felice Maniero, Antonio Pandolfo, Sergio Baron, Carmine Di Girolamo, Vincenzo Parisi e il turco Ilhan Hepguler sono diventati pericolosi latitanti dalle prime luci dell’alba. L’allarme, fatto scattare dalla chiamata di una guardia penitenziaria da un telefono pubblico, ha scatenato un vespaio in ogni ordine e grado di tutte le forze dell’ordine.

La caccia

Non c’è macchina di polizia, carabinieri, guardia di finanza, Ros, Criminalpol e Dia che non sia allertata e che non rastrelli palmo a palmo la regione. Una caccia frenetica e come tutto ciò che nasce senza un coordinamento e senza la giusta riflessione, inutile. Tutti si sono già dileguati in varie direzioni, chi verso le montagne, chi verso il sud e chi rimanendo nella zona di Campolongo. La zona meno probabile secondo logica, ma la più sicura per lo stesso motivo. 


Mentre tutti attivano le fonti “su strada” per cercare il bandolo della matassa, nel centro della Direzione Investigativa Antimafia di Padova, aperto due anni prima, scelgono la via più tecnologica: passare al setaccio le celle telefoniche della zona del carcere, tra le 3.00 e le 6.00 del mattino. Una mossa risultata vincente. Analizzando i ponti radio nelle vicinanze del carcere, si scopre che, nelle ore interessate ci sono stati più contatti tra l’utenza intestata a un parrucchiere e il telefono dell’agente scelto Erbì.  Utenza, quella del parrucchiere, in uso a Giancarlo Ortes. La mente organizzativa della fuga. 

Il pizzaiolo


Ormai è chiaro. Il quarantaduenne che ha una pizzeria piena di debiti, a Camposampiero, è il telefonista della fuga. La Dia lo capisce subito e la conferma arriva con le intercettazioni del telefono che svelano le chiamate a Maniero e agli altri fuggitivi. Non è un personaggio di spicco Giancarlo Ortes, secondo le analisi delle forze dell’ordine. Tanto che, qualche volta, è anche una fonte per le forze dell’ordine. Anche in questo caso, mentre tutti stanno cercando i latitanti, viene contattato da un maresciallo dei carabinieri del suo paese e anche dalla Criminalpol, per avere informazioni. Una beffa. 

Lo strano fermo di "bagoìna"


Gli uomini della Dia ne sono certi: lasciando libero di muoversi arriveranno a Maniero. E così fanno fino alla notte tra il 29 e il 30 giugno. Chi ascolta l’utenza di Ortes sente una telefonata dello stesso alla moglie. È agitato e dice alla consorte di preparargli le valige perché, il dirigente della Criminalpol Francesco Zonno (ex questore di Firenze), gli ha detto che la Dia è sulle sue tracce. Lo stupore di quella comunicazione è subito sostituito dalla necessità di fermare Ortes prima che diventi uccel di bosco. Non c’è nessun mandato d’arresto per lui ma, ormai, sono troppe le evidenze.

Il direttore del centro operativo patavino, Alessandro Marangoni (ex vicecapo della Polizia ed ex Prefetto di Milano), chiama subito nel suo ufficio il magistrato di turno, Bruno Cherchi (oggi Procuratore generale in Veneto), e gli fa ascoltare la conversazione registrata. Per la cattura vengono approntati varie squadre al comando del capitano Campaner e alle 3.00, l’ispettore Menon, ferma il “telefonista” mentre esce di casa e lo porta al centro operativo. Inaspettatamente non viene arrestato, anche se le prove per accusarlo sono molteplici. Che sia stato parte della fuga è ormai fuori discussione. La prassi che viene usata, però, è eccezionale. Quasi una forzatura del codice penale. Un “fermo” che non esiste sulla carta.

Countdown verso la morte

L’uomo della Mala è titubante nel collaborare con la Dia per catturare Maniero e cerca di dettare delle condizioni: niente doveva essere verbalizzato prima della cattura di Maniero e del suo braccio armato Mario Pandolfo. In più, una ricompensa finale in soldi. Si parla di quattrocento milioni di lire. 


Da quel momento il pizzaiolo di Camposampiero diventerà l’uomo di punta per la cattura di Faccia D’Angelo. Un ruolo che gli costerà ben più del titolo di “infame” che gli marchieranno addosso i suoi ex sodali della Mala. Da quel momento sarà l’ispettore Valentino Menon il suo contatto con la Dia. Da quel momento, la nebbia che coprì la fuga di Maniero, avvolse anche la sua collaborazione e chi la seguì da vicino. Da quel momento il countdown della sua vita iniziò a correre veloce.

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