«Al processo Miteni vogliamo tante parti civili»

La responsabile veneta di Medicina democratica lancia l'appello in vista della prima udienza del 21 ottobre. Poi l'affondo al comparto chimico: per lunghi anni «hanno confuso il progresso con il profitto»

Una manifestazione «No Pfas» sotto il tribunale di Vicenza (foto Marco Milioni)

Era il 2014 quando l'affaire Pfas deflagrò sui media dopo che il Cnr di concerto con l'Arpa del Veneto mise a punto uno studio in cui si parlava della pericolosità di questa famiglia di derivati del fluoro che avevano contaminato il bacino dell'Agno-Guà-Fratta in una con la falda di Almisano. Così sotto i riflettori finì un'industria chimica di Trissino, la Miteni. Inizialmente il caso non interessò direttamente la Procura della repubblica di Vicenza. Poco dopo però le cose cambiarono in forza di una dettagliata segnalazione della stessa Arpav nonché di uno specifico esposto inoltrato a borgo Berga il 17 novembre da Medicina democratica, un esposto che peraltro venne sottoscritto da un arcipelago di sigle tra cui Legambiente, Isde - Medici per l'ambiente e Cillsa: tutte sigle raccolte nel «Coordinamento acqua libera dai Pfas».

A quell'esposto ne seguirono altri, ma fu in quella occasione che gli eventi presero un'altra piega. Il coinvolgimento si estese ad una rete molto ramificata di cittadini ed associazioni tra Padova, Vicenza e Verona divenendo un caso prima regionale poi nazionale. A cinque anni di distanza i cittadini chiedono che le istituzioni si facciano carico di monitorare non solo gli effetti delle lavorazioni della Miteni, ma chiedono che tutta l'industria del comparto dell'Ovest vicentino, concia e chimica in primis, venga trattata come un sorvegliato speciale.

Frattanto però da quel novembre «del 2014 ne è passata di acqua sotto i ponti e uso questa espressione anche con un pizzico di ironia perché l'acqua, anche se non solo l'acqua, è stata il grande protagonista di questa storia » spiega Maria Ciara Rodeghiero, che è la responsabile veneta di Medicina democratica. Gli esposti di cinque anni fa infatti sono sfociati in processo. Non è detto che questo sarà l'unico ma intanto quello che comincia il 21 ottobre al tribunale di Vicenza costituisce, a detta della responsabile, un vero e proprio giro di boa.

Rodeghiero, voi di Medicina democratica foste i primi a presentare un esposto in procura per il caso Pfas. Ora che il dibattimento sta per cominciare la vostra associazione si costituirà parte civile?
«Assolutamente sì».

Come mai?
«Si tratta di un processo di dimensioni impressionanti che riguarda una contaminazione ambientale su vasta scala con importanti ricadute sulle salute. È importante che le associazioni che hanno titolo di costituirsi parte civile lo facciano in modo di far valere le proprie ragioni nel processo».

Siete i soli?
«Non ho notizie certe al riguardo. Mi risulta che l'Isde sarà parte civile. Sarebbe importante che altri soggetti che sono stati parte attiva in questa battaglia storica, mi riferisco tra gli altri a Legambiente o a Green peace facciano altrettanto. Non possiamo dimenticarci del danno patito dall'ambiente veneto e dalla salute dei veneti. Per non parlare dei lavoratori, che sono stati i più colpiti».

Avete qualche notizia della iniziativa dei sindacati al riguardo?
«Anche in questo caso non ho informazioni certe ma ho avuto sentore che la Cgil dovrebbe costituirsi parte civile. Bisogna prepararsi per tempo perché le carte da leggere sono una marea. Le associazioni debbono studiarle per bene e debbono farsi assistere da legali all'altezza del compito».

Siete fiduciosi per il prosieguo del processo?
«Guardi, io sono fiduciosa nel ruolo della magistratura. Se così non fosse non avrebbe senso che la nostra associazione decida di rivolgersi alla legge quando lo ritiene necessario. È accaduto quando sollevammo il caso dell'inquinamento sotto la Valdastico sud. Ed è accaduto con l'affaire Pfas. Ad ogni modo vorrei ringraziare tutti quei soggetti che sono stati parte attiva nelle indagini preliminari a partire dal Noe che ha dovuto svolgere un compito che dire gravoso è poco».

Perché la presenza dei Pfas nelle matrici ambientali come acqua, aria e suolo vi preoccupa così tanto?
«I Pfas non sono le uniche sostanze inquinanti. Anzi, ce ne sono di più nocive. Però simboleggiano molto bene i nostri timori. Sono una famiglia sterminata di composti i cui legami chimici sono tra i più forti tra quelli prodotti dall'uomo: dobbiamo seriamente interrogarci sulle conseguenze sulla salute, a partire dalla catena alimentare che va indagata a dovere».

Lei crede che più gli studi si diffonderanno più aumenteranno le evidenze di relazioni pericolose con la salute?
«Io ho un timore molto fondato in tal senso anche perché ci sono già una serie di autorevoli studi in tal senso. E soprattutto ho l'impressione che questi effetti ancora si debbano dispiegare proprio perché nell'ambito della famiglia Pfas molti composti, per così dire giovani, vengono continuamente immessi sul mercato senza che ci siano informazioni precise sulla loro tossicità».

E quindi che cosa si può fare per cercare di contenere il problema se non per eliminarlo in un'ottica di lungo periodo?
«Io mi limito a dire tre cose. Da una parte ci deve essere l'impegno del legislatore. Dall'altra le autorità di controllo e la polizia ecologica devono rafforzarsi perché se guardiamo quanti sono gli effettivi di Arpav e del Noe nel Veneto e in Italia e se li mettiamo in correlazione con le sofferenze ambientali del territorio ne esce un quadretto poco edificante. E poi c'è il ruolo dell'industria. Quest'ultima dice di volere fare la sua parte quando parla di rispetto per i lavoratori e per l'ambiente. Ora lo dimostri».

Lei fa riferimento al manifesto di pochi giorni fa in cui duecento tra le più importanti multinazionali quotate alla borsa americana dicono addio al profitto ad ogni costo?
«Proprio così. Per decenni la chimica, ma non è l'unico settore, ha celebrato il progresso quando invece celebrava il profitto. Un profitto malato per giunta. È importante che questi big siano venuti allo scoperto perché non ci metteremo molto a misurare il loro impegno. Soprattutto ci metteremo poco a capire se si tratta di un annuncio importante che comporta un cambio di paradigma. O se si tratta di un annuncio pensato per chissà quali fini».

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