L'Iss, Pfas negli alimenti? Situazione nei limiti

Lo studio è stato reso noto ieri dalla Regione Veneto: ma nella galassia ambientalista c'è scetticismo

La contaminazione dei veneti alle sostanze Pfas attraverso gli alimenti non è particolarmente preoccupante mentre l'acqua conferma il suo ruolo chiave come vettore della esposizione, anche se le misure di contrasto impiegate in questi anni avrebbero ottenuto risultati significativi. Sono queste le conclusioni di uno studio ad hoc condotto dall'Istituto superiore della sanità, noto anche come Iss, reso noto ieri con una breve nota della Regione Veneto: ma la galassia ambientalista è scettica.

Nelle conclusioni pubblicate a pagina 12 dello studio si parla segnatamente di Pfoa, una delle sostanze della grande famiglia chimica dei Pfas, i temibili derivati del fluoro al centro del caso di contaminazione, per il quale la trissinese Miteni spa è finita sotto i riflettori della magistratura vicentina. Secondo l'istituto il Pfoa è il composto più importante in termini di esposizione e di rischio, specialmente per la popolazione della zona A. «L'acqua - si legge nel documento - è il principale veicolo dell'esposizione, con un contributo inferiore, sebbene non trascurabile, degli alimenti prodotti localmente. I bambini presentano livelli espositivi circa doppi rispetto agli adulti. Gli interventi sulla rete acquedottistica operati dalla Regione del Veneto hanno drasticamente ridotto l'esposizione al Pfoa di gran parte della popolazione, e segnatamente delle famiglie allacciate alla rete, portandola a livelli analoghi ai valori del resto della popolazione veneta».

Di seguito però c'è un passaggio che getta un'ombra inquietante sulla situazione vissuta dal Veneto: «Permangono, tuttavia, esposizioni elevate al Pfoa in alcuni gruppi di popolazione. Specialmente nella zona A, le famiglie che fanno uso di pozzi privati per l'approvvigionamento di acqua potabile presentano livelli espositivi ancora eccedenti». Ora lo studio questo rilievo non lo fa ma il quesito è semplice. Se l'acuqa dei pozzi privati è in grado di far sballare i valori in questo modo che cosa succede con la filiera alimentare e zootecnica che da quell'acqua trae origine?

La questione è aperta. Se da una parte la giunta regionale capitanata dal leghista Luca Zaia nella sua nota spiega che «l'intervento sulla rete acquedottistica ha prodotto una drastica diminuzione dell'esposizione» è la stessa giunta a dover ammettere che «per le famiglie dell'area rossa A che fanno uso di pozzi autonomi a scopo idropotabile l'esposizione permane elevata».

La questione di fondo è che l'irrigazione e l'abbeveramento del bestiame non passano certo per gli acquedotti. «A questo punto vorremmo capire dove, come, con quale cadenza, in quali quantità e con quali criteri siano stati fatti quei campionamenti» fa sapere Francesco Basso, già ispettore dell'Arpav, ora consulente ambientale, uno dei volti più noti della galassia che da anni fustiga la Regione sul caso Pfas. «Qui nessuno mette in discussione lo studio in sé medesimo - aggiunge l'ex ispettore - tuttavia ciò di cui vorremmo discutere è come gli autori abbiano scelto il bersaglio della loro indagine conoscitiva. Questo è il punto».

Ma perché c'è tanto scetticismo sul fronte ecologista? Nel 2016 quando la stampa rivelò che la prima indagine sulla catena alimentare era stato un colossale flop tanto che tra i dirigenti di palazzo Balbi era addirittura finita a stracci non furono pochi coloro che maturarono un sospetto. Sospetto per cui quella defaillance non fu tanto dovuta a problemi di incomprensione tra le varie aree della dirigenza apicale, quanto ad un disegno mirato a non far emergere una situazione critica nel comparto agro-alimentare e zootecnico che lungo l'asta del Guà-Fratta, quella colpita dal caso Pfas (asta su cui pesa per di più anche tutto il carico ambientale del polo chimico-conciario dell'Ovest vicentino che mai in questo senso «è stato seriamente indagato») vale miliardi di euro. E che vede, specie nel settore avicolo, la presenza di imprese di taglia nazionale. Così la Regione, sommersa dalle polemiche, ha deciso di affidare uno studio simile all'Iss. Studio, che a detta dei comitati, sarà passato ai raggi X.

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