Natura e veleni, un medico accusa l'industria dell'Ovest vicentino

Il dottor Fazio, volto storico dell'ambientalismo arzignanese, spara a zero sulla gestione dei reflui: sostanze non rilevate «negli scarichi». Nel mirino finiscono agricoltura e istituzioni

A destra il dottor Giovanni Fazio durante una manifestazione ambientalista nel Vicentino (archivio, foto di Marco Milioni)

«L'acqua potabile è giunta alla fine: i gestori non sanno più dove allacciare gli acquedotti per sostituire le grandi riserve sotterranee, perdute per sempre a causa delle contaminazioni chimiche, primi i Pfas, i fiumi sono divenuti cloache chimiche. A pochi passi dalla catastrofe finale, non è più possibile curare questa terra con regole e leggi del secolo scorso. Il mito della crescita infinita mostra in Veneto tutta la sua fallacia». È un attacco ad alzo zero contro il sistema industriale del Nordest quello lanciato in una nota diramata ieri 8 settembre dall'arzignanese Giovanni Fazio, uno dei volti storici dell'ambientalismo dell'Ovest vicentino.

Fazio, siciliano di origine ma arzignanese d'adozione, nella città del grifo oltre ad essere uno degli attivisti più noti del comitato ecologista Cillsa, svolge da molti anni la professione medica. «Dalla grandissima riserva di acque, alla fertilità dei suoli, dalle meravigliose città, alle ville palladiane che costellano il paesaggio delle campagne, ai panorami delle vette delle prealpi, ai grandi fiumi e al mare Adriatico, di di tutto ciò - si legge - rimane ben poco. La rapacità di una classe di imprenditori poco colta e di politici che governano sfruttando all'estremo le risorse ha divorato tutto, in nome del profitto».

Si tratta di parole che si commentano da sole, concetti peraltro ricorrenti nelle denunce pubbliche di Fazio che quest'ultimo ha fissato recentemente in un lungo articolo pubblicato nel numero 106 in pagina 4 del bimestrale Terra e acqua, il periodico dell'Ecoistituto veneto Alex Langer. Tra i temi dell'approfondimento ci sono i Pfas, i temibili derivati del fluoro al centro del cosiddetto affaire Miteni, la fabbrica chimica dell'Ovest vicentino accusata di essere al centro di un vasto scandalo ambientale finito puntualmente sui media nazionali. «A pochi passi dalla catastrofe finale - scrive Fazio sul periodico - non è più possibile curare questa terra con regole e leggi del secolo scorso. Il mito della crescita infinita mostra in Veneto tutta la sua fallacia. Prescindendo dalla criminalità ambientale, le regole che dovrebbero proteggere il territorio si dimostrano inefficaci, aggirabili, pensate per proteggere non tanto la salute e l'ambiente, quanto il profitto. Va capovolto il paradigma che ha consentito tutto ciò, nel Veneto come nel resto del pianeta».

IL CASO PFAS
Appresso il medico arzignanese approfondisce un altro aspetto quella della misurazione dei Pfas in sede di scarico: «Il Veneto usa più della metà delle duecento tonnellate che, ogni anno, vengono importate in Italia». E ancora: «Sono oltre cinquecento le industrie dell'Alto o Ovest vicentino che utilizzano Pfas come leganti o additivi per concia, scarpe, vestiti, guanti e altri accessori. Un consumo in costante crescita. I prodotti commerciali analizzati», il riferimento è a una ricerca commissionata peraltro dalla stessa Miteni, «sono 28». Secondo Fazio alcuni contengono soluzioni più o meno pure, altri percentuali di Pfoa, una sottofamiglia dei Pfas, miscelate ad altri Pfas a catena molecolare corta noti come C4, altri contengono polimeri perfluorurati, che, ancor oggi, non vengono rilevati negli scarichi, ma degradano in Pfoa al 30%, in poche settimane o alcuni anni».

Si tratta di un ragionamento che porta Fazio a lanciare una accusa molto grave: «Quindi il Pfoa non risulta dalle analisi sugli scarichi. L'inquinamento è massimo ai punti di uscita del consorzio di depurazione Arica» che raccoglie le acque delle industrie del distretto chimico-conciario dell'Ovest vicentino da anni accusato di essere il responsabile di una pressione ambientale tutt'altro che trascurabile. Dal tubo collettore di quel consorzio attacca Fazio, escono Pfoa e quantità imponenti di altri componenti come i polimeri usati dalle industrie. Polimeri che attraverso un procedimento di trasformazione o degradazione diventano Pfoa o Pfas nell'ambiente.

IL CASO COLOGNA VENETA: IL J’ACCUSE A REGIONE E MAGISTRATURA
Fazio poi cita una recente sentenza del tribunale superiore delle acque che si era pronunciato proprio in tema degli scarichi trattati dal consorzio Arica. Le raccomandazioni del tribunale per eliminare o contenere al meglio la contaminazione in atto lungo il bacino dell'Agno-Guà-Fratta, uno dei sistemi fluviali più inquinati nel Veneto, «non sono state prese in considerazione». Subito dopo il j'accuse del medico sale di livello: «I dati forniti da Arpav» che impensieriscono da anni Fazio in merito alle quantità di Pfas presenti tuttora «allo scarico Arica di Cologna Veneta evidenziano le responsabilità della Regione, degli industriali conciari, dei gestori dei depuratori, della società Arica, della stessa Arpav nonché della magistratura».

NUBI SUL COMPARTO AGRICOLO
E non è finita qui. Nel medesimo approfondimento pubblicato dal periodico dell'Ecoistituto Fazio prendendo in considerazione i dati Arpav con quanto viene trasportato nei corsi dell'Agno-Guà-Fratta ma anche in altri fiumi accende i suoi riflettori anche nei confronti dei prodotti chimici usati in agricoltura. Tra pesticidi, fungicidi, fertilizzanti e altre sostanze i rischi per i fiumi e per i terreni agricoli innaffiati con quell'acqua desta secondo Fazio preoccupazioni a non finire. Ma come se ne esce? Il medico arzignanese prova ad identificare un percorso che comporti un cambio di passo senza compromessi rispetto all'attuale modello di sviluppo: «Il sistema non si potrà cambiare senza ricorrere a misure radicali. Perciò lo slogan Zero Pfas dovrà incarnarsi nel modo di pensare e di agire di ognuno di noi per bandire del tutto il mercato dei veleni. In diecimila anni di civiltà contadina, l'umanità ha prodotto i propri alimenti con la cooperazione di insetti, batteri, erbe e del terreno che è vita di spore, batteri, microelementi in simbiosi con le piante».

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