Perchè si dice Vicentini Magnagati?

Noi vicentini abbiamo un legame particolare con il micio, tanto che è la mascotte del Lane. Quindi oggi festeggiamo il gatto bianco rosso e ricordiamo le leggende che circolano

Un animale amatissimo in Italia, tanto da essere celebrato con un'apposita giornata a lui dedicata, sono oltre 7 milioni i mici (più numerosi dei cani) che vivono nel Bel Paese, un fascino a cui nessuno riesce a sottrarsi fin dall'antichità. Basti pensare a quel vero e proprio culto che avevano nei loro confronti gli antichi Egizi, con la dea Bastet, non a caso, rappresentata con il corpo da donna e la testa da gatto.

I vicentini e i gatti si fanno compagnia da cinquecento anni, in gran parte trascorsi per gli abitanti con la noméa di essere divoratori di felini. Se si digita "vicentini magnagati" su Google si ottengono oltre 17mila risultati, perfino su Wikipedia, alla voce "cucina vicentina" esiste un educato, ma inequivocabile, riferimento gastronomico: «Un vecchio detto, che testimonia la povertà del territorio (forse il più povero tra tutte le città della Serenissima) e della sua gente, chiama i vicentini magnagati».
Rassegniamoci. Con questa immagine i vicentini sono conosciuti in tutta Italia.

Perchè ci chiamano Magnagati

C'è chi ha ironizzato: «La leggenda non è poi così lontana dalla verità».

Ma le leggende sui vicentini magnagati sono sostanzialmente tre: una è riferita ai moti risorgimentali antiaustriaci del 1848 e le altre due al periodo d'oro della Serenissima, vale a dire un arco di tempo lungo quasi quattrocento anni, a partire dalla dedizione di Vicenza a Venezia nel 1404. Non c'è alcuna prova, infatti, di invasioni di topi a Vicenza o a Venezia, e del conseguente ricorso ai gatti per debellare il flagello. Così come non esistono  documenti che certificano la (peraltro probabile) carestia durante i moti risorgimentali anti-austriaci del 1848, il che avrebbe motivato i vicentini disperati a ricorrere al gatto come alimento.

Le leggende

Vicenza infestata dai topi e le barche della Serenissima colme di gatti
L'aneddotica popolare riferisce che agli inizi del Settecento, Vicenza sarebbe stata teatro di una massiccia invasione di topi, insediatisi in special modo tra le carte dell'archivio notarile e nei locali del Monte di Pietà, quindi in pieno centro storico. Ai vicentini non rimase altra soluzione che mandare per acqua alcune barche a Venezia, con l'incarico di tornare in città portando un numero sufficiente di gatti da impiegare nella battaglia contro i roditori.
Campielli e campi di Venezia, infatti, sono notoriamente regno dei gatti. Sceso il Bacchiglione con alcuni barconi, i vicentini riempirono le stive di centinaia di gatti. I cugini della laguna, generosi ma burloni, oltre agli animali richiesti, offrirono ai barcaioli anche un lauto pranzo di ringraziamento, per essere stati liberati da tante bestie fameliche e petulanti. Ma rivelarono solo alla fine che non era stata servita in tavola carne di lepre, bensì di... felino. Gatto arrosto, insomma.

Una variante di questa leggenda sostiene che i gatti furono prestati da Venezia ma che non furono poi restituiti dai vicentini. Scomparvero... sulle tavole beriche. Di qui la nomèa.

I gatti cercati invano per la Serenissima dal podestà di Vicenza
Un'altra versione della leggenda è quella fornita dallo scrittore Virgilio Scapin, che mischia realtà e fantasia ribaltando i ruoli. Questa volta sono i veneziani, invasi dalle pantegane a chiedere aiuto a Vicenza, città ricca di gatti: volevano vincere la battaglia della pulizia civica, ma non riuscirono nell'intento. All'appello del podestà veneziano, i gatti vicentini prodigiosamente si volatilizzarono, come se qualcuno se li fosse... mangiati.
Scapin indica come protagonista Francesco Barbaro, diplomatico e letterato del XV secolo, senatore della Serenissima a 21 anni, che fu effettivamente podestà di Vicenza nel 1423, a venticinque anni. Anche in questo caso la leggenda fa riferimento alla "età d'oro" di Vicenza sotto la Serenissima.
C'è un elemento in più nella costruzione letteraria di Scapin: racconta lo scrittore che i gatti erano proliferati a Vicenza a causa della passione dei suoi abitanti per il baccalà, il cui profumo invadeva la città e solleticava gli appetiti anche dei felini. I quali, calmati i morsi della fame, avevano tempo e voglia di riprodursi.

La parola "gato"

Ricorre spesso nella parlata vicentina, basti pensare ad esempio, al "far le gatele" o le "gate gate" per indicare il solletico, oppure camminare a "gatoni".
Fonetica, ignorata oggigiorno ma conosciuta già nell'Ottocento.
Quando per dire la frase "hai mangiato" in veneziano si pronunciava "ti ga magnà", in padovano "gheto magnà" mentre in vicentino si affermava "gatu magnà": probabilmente ciò diede origine al soprannome di "magnagatu" o "magnagati" dato le leggende.

La festa del gatto: le origini

La festa del gatto è nata nel 1990. La scelta di farla cadere il 17 febbraio è dovuta a due ragioni: innanzitutto febbraio, secondo una vecchia tradizione, è il "mese dei gatti e delle streghe" per antonomasia, in secondo luogo perché il 17 è comunemente associato alla sventura, un luogo comune che ha accompagnato i gatti almeno fin dal Medioevo. Fortunatamente, però, la superstizione secondo cui questi felini porterebbero sfortuna è oggi quasi del tutto scomparsa, con i gatti che, grazie alla loro propensione a legarsi agli esseri umani, sono stati accolti all'interno della propria abitazione da un numero sempre maggiore di persone.

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