Caso Pfas, esposto della Cgil contro Miteni

Il sindacato berico chiede che la procura valuti eventuali reati commessi sui lavoratori: possibili azioni penali anche contro la Regione Veneto

Venerdì mattina la Cgil berica ha depositato un articolato esposto alla procura della repubblica di Vicenza: oggetto della segnalazione è il caso Miteni. Il sindacato chiede alla magistratura di valutare se nell’ambito dell’annosa vicenda che riguarda l’industria chimica trissinese siano stati compiuti reati tra i quali «l’omicidio colposo, le lesioni personali colpose fino alle violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro».

L’annuncio è stato diramato oggi a mezzodì nella sede berica del sindacato di via Vaccari dal segretario confederale vicentino Giampaolo Zanni, dal segretario vicentino della categoria dei chimici Filctem-Cgil Giuliano Ezzelini Storti. Con loro c’erano pure il predecessore di Storti (ovvero Verena Reccardini, la quale continua a seguire comunque la vertenza Miteni) nonché Paolo Righetti, uno dei volti più noti della segreteria veneta della Cgil.

«INTERVENGANO I MAGISTRATI»

Materialmente l’esposto, sei pagine redatte dall’avvocato Lucia Rupolo dello studio Moro del foro di Padova, porta la firma per l’appunto di Zanni e di Ezzelini Storti. A seguito della pubblicazione di numerosi studi scientifici circa la tossicità di diverse sostanze prodotte da Miteni «tra cui i derivati del fluoro noti come Pfas dopo una attenta disamina assieme ai nostri legali durata alcuni mesi abbiamo deciso di segnalare questi riscontri alla procura» fanno sapere Storti e Zanni.

Più nel dettaglio entra quest’ultimo il quale spiega che stando così le cose «da quello che siamo riusciti ad intendere i magistrati che indagano sull’affaire Miteni, che nel frattempo è fallita, ovvero la dottoressa Barbara De Munari e il dottore Hans Roderich Blattner potrebbero far finire il nostro esposto nella maxi inchiesta che sta giungendo al termine. O in alternativa potrebbe essere aperto un altro fascicolo».

Nel documento si legge che gli esponenti in caso di archiviazione chiedono di essere informati. «Assieme ai nostri legali valuteremo se sia il caso di integrare l’esposto costituendoci parte offesa». Si tratta di un adempimento preciso previsto dal codice di procedura penale che, detto alla grossa, permette a colui che redige un esposto, una denuncia o una querela, di entrare nel procedimento considerando sé medesimo come persona oggetto di un reato. Zanni ed Ezzelini Storti hanno poi fatto presente che «qualora in seguito al nostro esposto ci fosse un rinvio a giudizio o nell’ambito della grande inchiesta che in questi giorni si avvicina al termine della fase preliminare o in un procedimento parallelo è chiaro che il nostro sindacato si costituirebbe poi nel processo quale parte civile. Non solo per una sacrosanta tutela dei lavoratori ma perché questo tipo di tutela del lavoratore è sul piano giuridico nelle corde del sindacato».

UNA QUESTIONE DI TEMPI

Ma come mai però il sindacato non ha proceduto prima con un esposto del genere visto che gli studi che parlavano di possibili glavi interferenze sul piano della salute degli operai erano noti quanto meno da un paio d’anni? E quando alcuni mesi fa la Cgil  ha chiesto apertamente il sequestro dei beni della Miteni e dei soci al fine di eventuali azioni giudiziarie complementari quali atti formali sono stati compiuti in questo senso? Si tratta di domande di non poco conto perché i comitati a più riprese si erano domandati il perché di questa prudenza. In questo senso però la risposta è giunta da Zanni il quale ha spiegato che il sindacato «ha ritenuto utile» presentare l’esposto in questo momento dal momento che il quadro della vicenda si era definitivamente chiarito.

Quanto poi alla richiesta di danni «effettivamente - spiega Zanni - oltre alla denuncia pubblica questa non ha seguito un percorso legale poiché i nostri avvocati, anche alla luce del fallimento della Miteni ci hanno sconsigliato di procedere in questo senso». E se dal canto suo Reccardini ha sottolineato l’aspetto per cui «la vicenda non interessa solo l’Ovest vicentino bensì tutto il Veneto centrale, Righetti ed Ezzelini Storti non hanno avuto parole molto commendeveli per il vecchio management di Miteni che un attimo prima della debacle del fallimento ha dato l’impressione «di voler fuggire dalle proprie responsabilità anche grazie al fallimento».

CURATORE CONTRO EX MANAGEMENT? IPOTESI AL VAGLIO

Su questo fronte poi occorrerà nelle settimane a venire capire che cosa stia bollendo in pentola dalle parti del curatore fallimentare. La legge infatti prevede che quest’ultimo, ove ravvedesse condotte scorrette da parte della vecchia gestione abbia la possibilità di procedere con quella che in gergo giuridico si chiama azione di responsabilità. Si tratta di una fattispecie prevista dalle leggi civile in forza della quale un nuovo amministratore (e il curatore fallimentare lo è) possa chiedere i danni ai manager della passata gestione ove questi siano ritenuti responsabili di condotte che hanno cagionato un danno alla società. Da quanto trapela dal palazzo di giustizia sembra che il curatore stia prendendo in esame prprio l’ipotesi della azione di responsabilità.

IL FRONTE GIUDIZIARIO SI ALLARGA

La vicenda ad ogni modo continua ad essere complessa. Se sul versante delle Mamme no Pfas si contano ormai centocinquanta adesioni di genitori pronti pure loro a chiedere l’intervento della magistratura, in prima battuta in sede penale e poi forse in sede civile, la Cgil oggi ha fatto un altro annuncio. «Se dalle carte - rimarca Zanni - dovessero emergere possibili responsabilità penali da parte degli enti regionali che non hanno vigilato non avremo problemi a procedere con altri esposti in sede penale». Ma c’è di più, da ambienti sindacali vicini a Cgil, Cisl e Uil, sembra che in questi giorni anche alcuni lavoratori abbiano deciso di agire penalmente contro la Miteni.

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